Azienda vitivinicola di 54 ettari a Montalcino

54 ettari di boschi, vigneti e uliveti
,
abitata fino al 1998 da un pecoraio e dal suo gregge
.
Un terreno incontaminato ricco di una meravigliosa varietà vegetale.

Con una vista mozzafiato ed aria purissima.

Tanto tempo fa, nel 1984, mi innamorai di Montalcino, ero un fotografo naturalista e questi paesaggi – come nostro poeta Giuseppe Ungaretti scrisse – “mi illuminarono di immenso” rubandomi l’anima: dovevo avere una casa qui.
 Così nel 1987 incominciai la ricerca della mia “dimora” Toscana, senza pensare al vino – di cui ero un amante – ne alla sua produzione, immaginavo di essere troppo vecchio per intraprendere una nuova attività così impegnativa.
Ogni proposta era troppo grande o troppo costosa o non idonea, così passarono dieci anni prima che il mio amico Carlo Vittori mi chiamasse per dirmi: “ Questa è l’ultima opportunità prima che i prezzi a Montalcino esplodano. Vieni a vederla.” Ricordando le sue parole… …come aveva ragione!
Arrivai dalla Svizzera, dove vivevo, dopo sei ore di macchina, era pomeriggio e vidi un pastore che dormiva sotto una quercia centenaria circondato dalle sue pecore belanti e ruminanti con degli enormi cani Maremmani bianchi che correvano tutt’intorno per contenere il gregge. Due di loro, madre e figlia, sono rimaste con me. Erano così selvagge che il pastore non riuscì a caricarle sul camion per portarsele via. E quando gli chiesi, mesi dopo, cosa avrei dovuto farne, candidamente mi disse, con il suo accento sardo: “Ci sarà da darci una fuccillatta.” nel senso che le avrei dovuti uccidere, cosa che ovviamente non feci mai.

Ho capito al volo che questo era il mio posto. Il luogo della mia vita.
La bellezza, la distanza da tutto ciò che noi chiamiamo civiltà, l’assenza di moderne architetture, orribile scempio del secolo scorso che ha distrutto interi paesaggi italiani, i profumi che pervadono tutto l’anno queste colline, la vista in profondità, a est di Monticchiello…e Montepulciano, il vulcano preistorico del Monte Amiata a sud, le colline ad anfiteatro che proteggono le Ripi a ovest e a nord….Tutto questo, così meraviglioso…
Ma anche così incontaminato. Spopolato per migliaia di anni, un suolo povero, arido, improduttivo, torrido in estate, laghi ghiacciati in inverno, olivi di oltre trecento anni, boschi di differenti specie di alberi e arbusti, e fiori, fiori, fiori ovunque, tutto l’anno. E gli asparagi selvatici, i porcini, le more, il tartufo bianco e nero che solo il cane del mio amico Francesco è in grado di portare alla luce, lo splendido corbezzolo rosso. E poi la vita selvaggia, con conigli, cervi, cinghiali, istrici, tassi, lupi, volpi, aquile sull’Amiata, aironi, poiane, falchi, cicogne di passaggio sul fiume Orcia due volte all’anno e tanti tipi di anatre che arrivano ai laghi.

Mi chiamo Francesco Illy

Vengo da una Famiglia del Caffè.

Una famiglia conosciuta per la qualità.

Io amo la qualità, pardon, l’eccellenza:

Io credo che l’eccellenza dia emozioni.

E che le emozioni diano gioia.

Ma le emozioni aiutano anche il nostro cervello a ricordare.

E questo produce cultura.

E la cultura ha sempre prodotto una vita migliore.

A volte lo dimentichiamo e così mettiamo a rischio il nostro futuro…
…che si basa sull’evoluzione della nostra cultura.

Definizione di eccellenza*:

Dal Latino EX (fuori) e CÈLLERE (muoversi).

Eccellenza definisce il più alto livello di qualità.

Eccellenza nel cibo e nel vino: Chi definisce il massimo livello di qualità? Molti produttori sono alla “ricerca dell’eccellenza”, anche se oggi è difficile diventare “il migliore”. Il risultato di questa competizione è una serie di “eccellenti interpretazioni” che ci permette di godere dei molteplici aspetti della perfezione.
*Accettiamo l’idea che la nostra eccellenza è il prodotto della vinificazione che concepiamo come il meglio che sappiamo fare. Significa che accettiamo i limiti della nostra sensibilità per definire tali pratiche e usiamo l’esperienza e il confronto con ogni tipo di critica al fine di aumentare costantemente questa sensibilità .

 

 

 

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    L'avventura di fare vino

    E’ stato come un vortice fantastico: iniziato con l’idea di una casa nel mezzo dell’incontaminata bellezza, pensando, non potrò mai diventare un produttore di vino, invece poi innamorandomi di queste piante di uva che crescono così meravigliosamente… e alla fine raccogliendole e facendo il mio vino.

    Un sogno che fra il sognare e il fare dura da vent’anni. Come dico sempre:
“L’avventura più bella della mia vita.” Ancora in corso.
Perchè io sto ancora sognando, sto ancora inventando qualcosa che potrebbe dare un vino migliore, sono ancora in attesa di vedere come diventeranno i sogni di molti anni, come è appena divenuta la mia cantina in mattoni e calce naturale, come i nuovi impianti di Bonsai. E ho ancora questa paura che qualcosa possa andare male. Ancora con questa tensione di evitare ogni possibile errore.
    
Così, nel 2003, un anno così caldo e secco, ho deciso di fare il mio primo vino.
Abbiamo incominciato la selezione delle uve a mano: l’anno era così caldo e le viti così giovani che ogni grappolo d’uva era secco dal lato soleggiato e maturo sulla parte interna. Scartando i chicchi troppo maturi e quelli secchi abbiamo avuto un Brunello ricco e corposo, fermentato dai suoi lieviti indigeni. Ho preso un nuovo tino conico di rovere dei Vosgi da 20 ettolitri dando inizio alla fermentazione nel rovere nuovo che doveva diventare una delle caratteristiche di base dei miei vini.
    
E non pensate che non abbiamo fatto del vino anche con l’uva molto secca scartata: è diventata un incredibile vino dolce, con 260 grammi di zucchero residuo per litro, da acini d’uva secca.

    E’ ancora in cantina e si beve una volta ogni tanto: mette ko anche il cioccolato nero!
    Dal momento in cui, ogni anno, cerco di ripeterlo, non ho più ottenuto una concentrazione di zucchero così. Chi lo sà? Forse un giorno…
Non dimenticherò mai il 2009: questo vino dolce stava fermentando da un mese o giù di lì. Quando qualcuno in cantina decise che era pronto e gli mise un tappo di gomma. Pochi giorni dopo tolsi questo tappo per assaggiare il vino… e un geyser di vino partì verso il soffitto! Avrei potuto cercare di tapparlo nuovamente, ma ero così scioccato che non riuscii a fare altro che guardare il mio vino dolce lasciare la barrique… e disperdersi sul pavimento.
Ho chiamato questo vino “fuori legge” perchè mi sembrava che le nostre regole a Montalcino proibissero questo tipo di vino dolce. Ma mi sbagliavo, possiamo fare un vino dolce chiamato “Occhio di Pernice” perciò quando sarà pronto, forse tra sette, dieci anni di caratello (piccola botte di 30, 70 litri), lo imbottiglierò e lo proporrò sul mercato.

COSÌ, NEL 1998, INIZIAI A RICOSTRUIRE LA CASA E A PREPARARE I CAMPI PER I VIGNETI.

Ero così colpito dalla bellezza di questa terra e dei suoi fiori, che per non perderli decisi di non fare come gli altri, che rovesciano tutto il terreno con gli escavatori.  Usai il “ripper” del mio bulldozer: due denti che smuovono il terreno fino a 70 cm senza rovesciarlo.

Questo ci ha permesso di mantenere intatta la flora e la micorriza: così i campi hanno mantenuto la loro forma con le curve e i sentieri che non vedi negli altri vigneti. 
Quando iniziammo a piantare nel 2000, partimmo con il Sangiovese con una densità di 5.000 piante per ettaro. Ma nel 2002 mi chiesi se una densità maggiore non avrebbe prodotto meno grappoli d’uva per pianta, e quindi, più qualità. Così ridussi la distanza fra le file da 2,50 a 2 metri raggiungendo una densità di 6.666 piante per ettaro. Ma poi, nel 2003, decisi di aumentare la densità: cinque file a 1 metro e una striscia di 2 metri per permettere al trattore di passare in mezzo: con 11.111 p/H avevo raggiunto la vigna a più alta densità a Montalcino. 
E nel 2005, la pazza decisione di provare la densità maggiore possibile, mettendo le piante a 40cm una dall’altra: 62.500 p/H. Il vigneto più denso del mondo!

Scelsi di piantare in quadrati di 4×4 metri con 121 piante per metro quadrato lasciando il mio agronomo e il mio enologo esterrefatti per quando fossi stupido.
 E’ solo un decimo di ettaro, dissi, lasciate provare la mia stupidità. 
Il mio pensiero era: se in Borgogna dicono che il buon vino non arriva prima che il vigneto compia 35 anni, perché così le radici vanno molto in profondità, questo significa che la qualità è in stretto rapporto con la strada percorsa dalle radici attraverso differenti strati di geologia, che assorbono differenti tipi di minerali. Se io obbligo le piante ad andare in profondità con un impianto così denso, pensai, forse, otterrò un vino migliore.

...e anche questo ha funzionato!

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    Perchè l’armonia è sempre stato il mio sogno

    Questo è il posto per realizzare il mio sogno.

    So che non raggiungerò mai la perfezione…
..
    ma questo rimane il posto perfetto per provare.

    Perché questo è il mio sogno:
    
Fin da bambino pensavo che la bellezza è la sola risposta.
    La bellezza viene percepita da tutti i nostri sensi.

    Dalla musica alle immagini, dal cibo alle carezze.
    
La bellezza produce armonia.
    
E l’armonia porta qualità della vita a tutti.
    
Qui posso cercare bellezza e armonia.

    E chi lavora qui lo percepisce.

Nel rispetto della natura che abbiamo trovato qui

Il meglio che possiamo fare è non rovinare

le meraviglie che questa terra ci regala.

L’umiltà è il modo migliore per comprendere:
Una terra così produce meraviglie semplicemente perché esiste.
Noi dobbiamo trasformare queste meraviglie
mantenendo la loro essenza e la loro forza.
Noi possiamo capire cosa mantiene il suo carattere.
Se lo cambiamo lo distruggiamo…
…e non lo avremmo mai capito.
Questo è il motivo per cui non interveniamo.

La nostra convinzione sull’umiltà:

Se vogliamo mantenere vivi tutti i processi dell’apprendimento, l’atteggiamento da mantenere è l’umiltà.

 

“Non si dovrebbe gioire di quello che si è fatto, ma andare avanti e trovare qualcosa da fare meglio.”(David Packard, co-fondatore Hewlett Packard)


Penso che una mente aperta sia in grado di aumentare la propria sensibilità, ciò è possibile solamente con una forte autocritica: la sensibilità è la “conditio sine qua non” per la produzione di eccellenza, l’umiltà nell’accettare le critiche e gli insegnamenti è il modo migliore per aumentarla.

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    Rispetto

    In primo luogo i nostri vini devono essere sani.
    Crediamo che qualsiasi sostanza chimica
    aggiunta al suo lo o ai vini,
    finirà,
 anche se in quantità minuscola, nei vini.

    Abbiamo visto come la scienza non era in grado di accertare la pericolosità di certe molecole che più tardi sarebbero state considerate tali per la salute ed abbiamo deciso di evitare ogni molecola non naturale: in questo modo non rischieremo di scoprire che qualche agente chimico che pensavamo innocuo in seguito si dimostri pericoloso.

    Come tutti sanno il vino contiene una grande quantità di antiossidanti, come il resveratrolo e molti altri, che sono noti per il loro effetto positivo sulla salute, il che significa che per il momento, un buon bicchiere di vino è una gioia che fa bene alla nostra salute. A patto di non esagerare.

    Da poche settimane pare che il vino rosso protegga anche dall’Alzheimer!

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    Biodinamica

    Per me, “biodinamica”, non è altro che la vecchia maniera
    di far crescere le piante e fare il vino,
 usata per migliaia di anni
    dai nostri antenati, prima della venuta dei metodi moderni.

    Per questa ragione il suolo trattato in biodinamica è molto simile al suolo di un bosco e molto differente dal suolo dell’agricoltura convenzionali. E’ meno compatto, contiene una grande quantità di humus e mostra un’incredibile, forte e complessa vita interiore, composta da vermi e batteri oltre a qualsiasi attività biologica vegetale o animale ed una micorriza estremamente vitale.

    La definizione biodinamica dice che l’azienda diventa un essere vivente inscritto nel contesto più ampio di tutto l’universo: per questa ragione nella biodinamica il calendario dei pianeti è molto importante e assieme alle fasi lunari determina i giorni nei quali fare alcune attività, come imbottigliare o piantare o potare o preparare e dispensare i preparati 500 e 501 e le tisane.
    Al Podere le Ripi siamo nuovi alla biodinamica: abbiamo iniziato nel 2010.

    Per questa ragione lavoriamo con un consulente che ci insegna il metodo, pensiamo che ci vorranno almeno dieci anni prima di impararlo completamente, perché è molto complesso e necessita di molta sensibilità ed esperienza.
 Quando guardo una foresta selvaggia sento una salubrità incredibile, sento l’odore di aromi meravigliosi, posso camminare su un terreno soffice, posso capire che l’assenza di intervento umano è il modo migliore per queste piante di esprimere il loro carattere, la loro vita. La biodinamica porta questo tipo di vita selvatica alle nostre viti, questo tipo di forza sana.
 Ciò che è meraviglioso nella biodinamica è che gli studi fatti con queste tecniche hanno sviluppato procedure, come il composto 500 e 501 o l’uso di certi insetti o ormoni, che ci permettono di controllare le malattie e i parassiti e di migliorare la salute del suolo e delle piante molto velocemente.

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